Riassunto di “Centomila gavette di ghiaccio”
Non so come, non so perche’ ma vedo che molti arrivano su questo mio sito cercando proprio questo riassunto. Saranno studenti (ma allora nelle nostre scuole gli insegnanti fanno ancora leggere questo libro?), saranno semplici curiosi, non lo so, ma voglio fare qualcosa per loro, mi sento un po’ in debito per la fiducia, ahime’, fino a questo momento impropriamente riposta.
Avevo anche voglia, a dir la verita’, di rileggere questo libro, e di rinvigorire il ricordo affinche’ l’oblio, inesorabile, non abbia a stendere un velo pietoso su vicende terribili che ci hanno toccato cosi’ da vicino. Potro’ in questo modo rendere anche un piccolo omaggio a mio nonno, che non ho mai conosciuto, anche lui disperso da qualche parte (o dappertutto) in questa terra di Russia.
Questo “riassunto” e’ tutto opera mia, siete liberi di farne quello che volete. Solo un piccolo consiglio: cercate, quando avrete un po’ di tempo libero, di leggere anche solo qualche pagina del libro, ne vale la pena, e aiutate a tener viva la piccola fiammella del ricordo.
Giulio Bedeschi (1915 – 1990), “Centomila gavette di ghiaccio”, prima edizione 1963, editore Mursia.
Riassunto
A una breve prima parte dedicata alla partecipazione dei soldati italiani alla campagna di Albania durante la II Guerra Mondiale, in cui abbiamo modo di fare la conoscenza con Italo Serri, ufficiale medico dietro la cui identita’ si nasconde l’autore del libro, segue la seconda parte, piu’ consistente, nella quale la storia di un piccolo reparto alpino (la batteria Ventisei) della mitica Julia si fonde con quella dell’intero corpo di spedizione impegnato nella campagna di Russia. Gli Alpini, convinti di andare a fare la guerra sulle montagne del Caucaso, si ritrovarono invece a dover affrontare i russi sulla pianura del fiume Don (odierna Ucraina), muli contro autoblindo, piccoli cannoni di montagna contro carri armati. Pur in condizioni sfavorevoli e con un nemico nettamente superiore si coprirono di gloria (tanto che i russi stessi dichiararono in un comunicato che “Soltanto il Corpo d’Armata Alpino italiano deve considerarsi imbattuto sul suolo di Russia”). Ma la linea cedette su tutti gli altri punti e, per non finire accerchiati, gli alpini dovettero volgere le spalle al fronte e ripiegare. Ebbe cosi’ inizio una marcia tragica e terribile per la salvezza, in centomila partirono (italiani, tedeschi, romeni, ungheresi), poche decina di migliaia tornarono.
Nell’inverno 1942-1943 dopo 45 giorni di “disperata vita guadagnata ora per ora strappandola al gelo”, 15 giorni di accerchiamento, 11 combattimenti furiosi, 700 km. percorsi a piedi nella neve, i soldati poterono avere un breve riposo tranquillo, dopo altri 500 km. di marcia e altri 25 giorni gustarono la salvezza.
Il punto di vista e’ quello dei soldati (anzi, dei morti, dice Bedeschi), spostati di qua e di la’ senza capirne il senso, abbandonati, sottoposti a prove tremende, forse neppure immaginabili, ma disperatamente e forsennatamente attaccati alla vita. La ritirata in poco tempo si trasformo’ in tragedia epica, ben presto senza scarpe, con piedi e mani congelati, con temperature che sfioravano i 50 gradi sottozero, costretti a camminare tra la neve alta, senza nulla da mangiare per giorni e giorni, con pochissime munizioni residue, continuamente braccati dai russi e costretti ad aprirsi la strada combattendo, solo un disperato istinto di conservazione e una grande forza morale li tenevano in vita.
Nulla ci viene risparmiato: descrizioni minuziose di povere carni martoriate, mutilazioni, ferite orribili, gesti che non avevano piu’ nulla di umano.
Romanzo corale, ma qualche figura si staglia: il tenente Reitani, comandante della Ventisei, siciliano di ferro, Scudrera, testardo come il suo mulo, saggia testa contadina, Pilon, gigantesco conduttore di muli, animo gentile di poeta.
I soldati russi appaiono solo nello sfondo, contro di loro nessun odio (stranamente, i pochi episodi di barbarie e disumanita’ vedono protagonisti soltanto soldati tedeschi), verso la popolazione russa invece solo parole di simpatia e di riconoscenza.
Il libro e’ scritto in un bell’italiano, lo svolgimento degli accadimenti e’ trattato con maestria, la parte finale (il ripiegamento disperato per uscire dalla sacca di accerchiamento) ha il ritmo e la cadenza del miglior romanzo d’avventura (non fosse, purtroppo, che si tratta della vita vera vissuta dai nostri nonni), e ha , forse, il suo culmine narrativo nell’ultima battaglia di sfondamento delle linee nemiche (a Nikolajewka), quando il generale Reverberi, comandante della Tridentina, nel momento in cui tutto sembrava perduto, balza in piedi sull’unico carro armato rimasto e urlando guida i suoi alpini all’assalto finale.
La guerra vi appare con nulla di glorioso, e il sacrificio di tanti uomini non deve andare perduto perche’ “L’analisi degli errori compiuti nel passato e la conoscenza di ogni strazio sofferto impongono una civilta’ finalmente monda dalla barbarie della guerra”.
CITAZIONI SIGNIFICATIVE:
Il soldato italiano
“La bonomia con la quale questi si soffermava volentieri a parlare, ad acquistare, ad interessarsi di sofferenze e di piccole cose locali; il sorriso con cui offriva una sigaretta a un uomo, salutava una donna, accarezzava un bimbo; il linguaggio dolce, lo stesso incedere privo di rigidezze superbe, tutto contribuiva a sciogliere negli animi greci l’avversione che gli eventi bellici e la propaganda avevano montato”
La guerra e il popolo
“E tutto cio’ faceva pensare che la guerra e’ una terribile dispensatrice di odii e l’avversione ufficiale e’ una potente leva, ma alla lunga e’ piu’ potente ancora l’umile intesa della buona gente che, al di sopra di ogni contrasto comandato, si ritrova e lietamente si riconosce in qualunque contrada del mondo”
La Russia
“Strana terra la Russia. Per mezze giornate il treno procedeva su un terreno ondulante, fra campi di girasole che si estendevano fin dove l’occhio riusciva a distinguere qualcosa. Linee sterminate; non si vedeva una casa, un albero, un uomo. S’intravvedeva poi all’improvviso in una conca un agglomerato di casupole che scompariva tosto, seguito dalla vastita’ di altra terra rinsecchita. Per ore, per giorni”.
Il fronte russo
“- E’ stato l’inverno scorso, verso Mosca – rispose il tedesco con un velo di dolore nella voce; - soltanto in due mattine consecutive, alla sveglia abbiamo trovato sotto le tende quasi tremila nostri soldati morti assiderati. Erano di pietra.
- Reitani tacque.
- E’ il fronte russo – concluse l’altro con un sorriso. – Non fatevi illusioni”.
La popolazione russa
“La popolazione russa ben presto s’era istintivamente accostata agli alpini; la gente d’Ucraina aveva trovato via d’intesa con gli uomini dalla penna nera e si mostrava larga di simpatia e di attenzioni verso quei ragazzi gioviali; offriva spontanea ospitalita’ nelle isbe e si intratteneva volentieri a conversare fino a tardi”
Gli alpini (preghiera)
“Guardali come sono ridotti, quasi peggio diTe quando nascesti: hanno solo un po’ di fradicia paglia per sdraiarsi; Tu almeno avevi, scusa, il bue e l’asinello a riscaldarTi col fiato. Loro no. Il loro fiato esce dalla bocca e diventa brina, ricade sul bavero e sul petto del cappotto, anche quando dormono; si svegliano cosi’, poveretti, col ghiaccio sugli abiti. E sopportano, perche’ sono mansueti ed umili di cuore, come Tu vuoi. Ti chiedono soprattutto di farli tornare presto a casa, alle loro montagne; da soli non possono andarci, sono capaci di morire qui, per ubbidire.”
La ritirata
“La visibilita’ divenne nulla, come ciechi i marciatori continuarono a camminare affondando fino al ginocchio, piangendo, bestemmiando, con estrema fatica avanzando di trecento metri in mezz’ora. Come ad ogni notte ciascuno credeva di morire di sfinimento sulla neve, qualcuno veramente s’abbatteva e veniva ingoiato dalla mostruosa nemica, ma la colonna prosegui’ nel nero cuore della notte”.
La riconoscenza
“- La popolazione non vi deve vedere: e’ l’ordine.
- Non abbiamo la peste, noi! Siamo gli alpini che tornano dalla Russia!
- Che alpini o non alpini! ! Ma vi vedete? – urlo’ allora ai rinchiusi il ferroviere, - vi accorgete si’ o no, Cristo, che fate schifo?”
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