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L’incubo del viaggiatore in treno

di ilrusso (27/06/2005 - 17:30)

 

 

Avevo scritto questo ricordo diverso tempo fa, me n’ero dimenticato. Ora una segnalazione che mi e’ giunta (di un’iniziativa veramente simpatica, a cui auguro il miglior successo – si chiama Visioni binarie, e “racconta attraverso una poesia visiva in forma di prosa i passeggeri dei treni, le loro vite e le loro stranezze che si intrecciano” – visibile al sito www.intreno.splinder.com) me l’ha fatto tornare alla mente. E’ un testo troppo lungo per pensare che venisse pubblicato la’, quindi lo aggiungo agli altri miei su questo blog, mio piccolo omaggio alle narrazioni sul viaggiare e sui viaggiatori.

 

 

Appena due giorni dopo il mio primo arrivo in Russia mi sono ritrovato alla stazione di Mitisci. Era estate, c’era il sole e caldo, avevo l’entusiasmo che ha ogni viaggiatore alla scoperta di una terra straniera e lontana, soltanto in piccola parte mitigato dalla tristezza nel vedere una realta’ tanto desiderata quanto misera e desolata.

Ci apprestavamo ad andare a Mosca. Ero in compagnia di Natascia e delle sue due bambine, io, che stavo studiando come si diventa un buon padre, avevo insistito per portare la borsona, con dentro tutto l’occorrente: ricambio, golfini pesanti, merendine, succhi di frutta, etc.

Arriva il treno. Si aprono automaticamente le porte, scendono i passeggeri, salgono quelli in attesa, cosi’ facciamo anche noi. Io sono una persona cortese, e mi piace farlo vedere in terra straniera, c’e’ un passeggero ritardatario che vuole scendere e cosi’ l’aspetto, ma non appena quello scende le porte si chiudono con un tonfo e io resto sul marciapiede del binario, interdetto, a gesticolare in modo convulso. Inizia l’incubo.

Mi guardo attorno: non c’e’ una indicazione, un cartello che capisca, e’ tutto scritto in un alfabeto che non conosco, provo a chiedere a qualcuno ma nessuno parla inglese (e anche la parola “Moscow” sembra lasciarli indifferenti oppure provoca una scarica di parole che mi lasciano piu’ confuso, se e’ possibile, di prima). Cosa faccio ora? Sono preso dal panico. All’improvviso si accende la lampadina: il cellulare, benedetto chi l’ha inventato, telefono a Natascia e mi faccio spiegare bene quello che devo fare, o, al limite, ci accordiamo che l’aspetto qui, ma subito dopo la disperazione: ho io la sua borsa, il cellulare e li’ dentro! Sono completamente solo in un Paese straniero e ostile (cosi’, almeno, mi sembra ora). Mi siedo su di una panchina, devo calmarmi, ragionare.

Parto dall’ipotesi che Natascia non tornera’, ci vuole troppo tempo, cosi’ perderemmo tutta la giornata (e poi in fondo so che non mi ritiene stupido del tutto e neanche sprovveduto, no, non devo deluderla). DEVO arrivare a Mosca da solo. Mi viene un po’ di coraggio, guardando bene, e con gli occhi non piu’ appannati dall’ansia e l’agitazione, mi accorgo che la scritta Mosca (o qualcosa di simile) c’e’ su qualche pannello informativo, solo che non so riconoscere gli arrivi dalle partenze, e poi Natascia mi diceva che quanto scritto li’ sopra non e’ molto attendibile; non sono aiutato neppure dai pannelli luminosi esterni ed a ogni binario, per il fatto che proprio non esistono (la stazione e’ piccola),  e men che meno dagli annunci (anche questi mancano, ma, del resto, se ci fossero dubito molto che capirei qualcosa). Ad un certo punto penso che farei meglio a tornare a casa, e sto quasi per imboccare l’uscita quando realizzo che la strada non la conosco, ho solo vaghe idee, finirei dalla padella alla brace, disperso in una citta’ straniera e sconosciuta. Sono prigioniero della stazione, ma in fondo, finche’ sto li’ sono al sicuro (cosi’ sembra, almeno).

Paralizzato dalla paura, prostrato dall’incapacita’ di trovare una via di uscita, controllando, preoccupato, con la coda dell’occhio un poliziotto che da un po’ di tempo mi fissava con troppo interesse (ci mancava solo un incontro con la polizia locale!), cominciavano, non so perche’, ad animarsi nella mia mente i ricordi delle letture giovanili, Marco Polo e il viaggio avventuroso verso la Cina, Robinson Crusoe e la sua sopravvivenza nell’isola deserta… ho cominciato a chiedermi: ma perche’ il mio binario e’ tornato ad affollarsi (molto di piu’ rispetto agli altri tre, quasi deserti)? Dove mai andra’ la gente di una cittadina-dormitorio satellite della metropoli, a meta’ mattina?

E cosi’ decisi che il prossimo treno su quel binario sarebbe stato il mio.

Ma non era finita, a poco a poco la gente spariva dal binario, si diradava dal mio e andava su di un altro, ad un annuncio, poi, tutti in fretta si trasferirono. Io esitai, mi sentivo come il naufrago che deve decidersi ad abbandonare la ciambella di salvataggio, cui tanto doveva fino a quel momento, per la fune che poteva assicurare la sicurezza, e fui tra gli ultimi a lasciare il binario. Per andare sull’altro, quello giusto, dovetti passare ancora quelle barriere che fungono da controllo (qui i treni sono tutti senza controllore/bigliettaio), non sapevo come fare ma in qualche modo superai l’ostacolo (le mie esitazioni e i mie indugi non dettero molto nell’occhio – fortunatamente quelle macchinette si inceppano spesso).

Il treno arrivo’ (non molto tempo dopo) e finalmente riuscii a salirci sopra. Era fatta! Pensai… ma, ammesso che sia proprio il treno giusto, come faro’ a sapere quando scendere (Mosca ha piu’ di una stazione)? Non so neppure quanto e’ la durata del tragitto! Che sciocco che sono ancora, conclusi, ma non ho capito che basta assecondare la massa, annullare il proprio se’, diventare piccola molecola e seguire il flusso del fiume?

E fu cosi’ che giunsi a Mosca, guidato da vaneggiamenti misticheggianti, dalle buone letture e dalla fortuna che aiuta gli audaci (o i disperati?).

Natascia mi stava aspettando incuriosita e sorridente, le bambine mi guardavano perplesse (quello sarebbe, quindi, il loro nuovo papa’?).

Ma insomma, alla fine di tutta questa avventura qualche consiglio mi sento pur di darlo: viaggiare e’ sempre meglio che stare fermi; il mondo, ovunque si vada, segue in fondo sempre le stesse leggi e, infine, lasciamoci guidare dalla antica saggezza popolare (che, tra l’altro, ha anche qui piu’ o meno le stesse espressioni): “Aiutati che il Ciel ti aiuta”.

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